© 2016 Chiara Paderi

Esercizi di felicità

Esercizi di felicità è un progetto che dal titolo parrebbe portare con sé l’ambizione di dispensare consigli su come assicurare uno stato di gratificazione desiderato da molti ma di rado raggiunto e, in tal caso, vissuto in piccole dosi passeggere. Che siano quelli di meditazione o quelli per l’ottimizzazione fisica, spesso gli esercizi per il conseguimento di una felicità duratura, elargiti da studiosi di varia natura, avvengono secondo allenamenti assidui e autodiscipline alimentari, spirituali, ginniche e così via discorrendo.
Chiara ironizza con intelligenza e raffinatezza, non soffermandosi sul cosa sia realmente la felicità, ma su come viene vissuta oggi questa umana necessità, su come spesso sia compromessa da un forte senso di angoscia dovuto anche all’impossibilità di poter tenere sotto controllo la nostra vita e ciò che della nostra vita è il testimone primo: il corpo. La parte tangibile del nostro essere al mondo ci è capitata, non è stata una scelta. Ci si ritrova, insomma, con tutte delle peculiarità che, immancabilmente, sono in netto contrasto rispetto a canoni estetici e psico-collettivi del momento con la conseguenza di fraintenderli quali difetti. Avremmo desiderato un corpo che non deperisce, che non accusa la stanchezza, sempre prestante e già modellato secondo statuti ufficiali. E poi il volto: quella parte di noi che ci fa entrare subito in relazione con l’altro. Il relazionarsi è un rituale che siamo costretti ad affrontare tutti i giorni e il volto, insieme complesso di mimica comunicativa, se non è sufficientemente allenato, tradisce le personali insicurezze, i mille quesiti che ci portiamo appresso, le nostre ambizioni, i nostri desideri... se non è allenato a sufficienza, rischia di farci scivolare rovinosamente nello sguardo dell’altro (con conseguenti rossori e sudorazioni imbarazzanti!). Vorremmo sempre essere corazzati per affrontare il mondo esterno, quello che ci passa ai raggi x ogni volta che entriamo in rapporto con qualcuno. Vorremmo che tutto ciò ci è stato dato di visibile, il nostro naso, i nostri occhi, la nostra bocca... fosse il più possibile vicino a degli stereotipi di funzionale bellezza affinché, incrociando lo sguardo altrui, si venisse accolti costantemente con un sorriso rincuorante. Sentirsi, dunque, a proprio agio, visti e non visti giusto per una quotidiana tranquillità, giusto per scivolare nel mondo esterno senza troppi inghippi e sopravvivere felici. Cosa fare se tutto quello che non ci siamo scelti ci sembra remare contro? Fortunatamente i ricercatori odierni ci offrono un’ampia gamma di soluzioni che vanno dalla chirurgia estetica ai corsi di yoga... ed è qui che Chiara ferma l’obiettivo; sulla natura contraddittoria delle forzature nevrotiche messe in atto per raggiungere la tanto agognata felicità. Si autoritrae indossando ausili destinati alla tonificazione facciale, accessori che costringono, coprono, deformano la bocca affinché sia ben altro che un semplice orifizio da cui far uscire parole, introdurre cibo, inalare ossigeno... la bocca è di più: un biglietto da visita compiacente, sicura, muta e sensuale all’occasione. In questi scatti sussiste una sorta di meccanicità nell’indossare questi ausili, un rapporto tra oggetti: il corpo denudato dal suo vissuto e l’accessorio. Lo sguardo fisso su un punto esterno indefinito, ipnotizzato chissà da qual tipo di rivelazione esclude il confronto con chi osserva, evita il dialogo con l’altro... è la mistica contemporanea di una felicità fittizia, pulita da qualsiasi tipo di tensione o stato di stress possibile in una dimensione sospesa, priva di attriti. Non un luogo specifico, non un tempo specifico. Lo spettatore si perde perché non v’è appiglio spazio- temporale, non c’è espressione con cui entrare in uno stato empatico di gioia, tristezza, allegria. Di fronte a questo risultato di svestizione dell’essere al mondo, restano a dialogare la raggiunta neutralità di un corpo e l’artificiosità degli ausili che rimandando a un distaccato gioco di presenze. Se da una parte sembra richiamare le immagini dimostrative che affiancano le classiche “istruzioni per l’uso”, dall’altra Chiara, anche attraverso la scelta di una luce morbida e fredda al contempo di nordica reminiscenza, non dà modo alle emozioni di subentrare. Questa modalità alienata ci porta direttamente nel trafiletto destinato alle controindicazioni dove, a legger bene, ci ricorda, con clinica obiettività e senza alcun risvolto morale, quanto la forzata rincorsa verso effimere gratificazioni, ci faccia poi perdere il senso del piacere e quello stesso della felicità.

Testo di Anna Turina